La legge 388/00, articolo 118 (così come modificata dalla legge 289/2002, art. 48) prevede la possibilità di creare Fondi Paritetici Interprofessionali per la formazione continua.Il modello dei fondi interprofessionali che, a distanza di dodici anni, possiamo senza dubbio affermare ha prodotto effetti positivi con particolare riguardo alle dinamiche legate alla formazione continua, potrebbe e dovrebbe essere replicato anche per altri percorsi che possono avvantaggiare o, semplicemente, essere necessari per la competitività e la crescita delle Piccole Imprese. Si tratta sicuramente di una misura che da valore alle aziende sane e alle aziende emerse perché accantona quote provenienti dal versamento mensile delle imposte trattenute sulle buste paga dei dipendenti o, più in generale, le imposte dirette.
I percorsi formativi, come è noto devono essere promossi e costituiti congiuntamente dalle Associazioni di rappresentanza datoriale e dai Sindacati dei lavoratori su base settoriale ed hanno la finalità di promuovere lo sviluppo della formazione continua dei lavoratori attraverso il finanziamento di Piani formativi aziendali, settoriali, territoriali e individuali, presentati dalle imprese aderenti ai Fondi stessi.
Una sana spinta
Il fondo che si viene in questo modo a creare, dunque, non solo diventa un valido salvadanaio per sostenere il “refresh” delle competenze e delle conoscenze pratiche e teoriche del personale, ma dà una sana spinta all’azienda che ne riesca ad intravedere l’importanza. Come detto il modello vince, ma vince anche la comodità di accantonamento fondi che rende poi indolore la spesa per la formazione. Perché non utilizzare questo percorso anche per altri servizi di fondamentale importanza per le imprese?
Mi chiedo per esempio se ogni impresa accantonasse una quota per la sicurezza dei propri lavoratori o una quota da spendere in ricerca per innovare il proprio processo produttivo, la propria organizzazione o il proprio mercato. Sarebbe sicuramente educativo, direi, culturalmente valido sapere di avere un fondo a disposizione da investire in attività e percorsi che contribuiscono a lavorare meglio o a migliorare il rendimento dell’azienda.
Il fondo che si viene in questo modo a creare, dunque, non solo diventa un valido salvadanaio per sostenere il “refresh” delle competenze e delle conoscenze pratiche e teoriche del personale, ma dà una sana spinta all’azienda che ne riesca ad intravedere l’importanza. Come detto il modello vince, ma vince anche la comodità di accantonamento fondi che rende poi indolore la spesa per la formazione. Perché non utilizzare questo percorso anche per altri servizi di fondamentale importanza per le imprese?
Mi chiedo per esempio se ogni impresa accantonasse una quota per la sicurezza dei propri lavoratori o una quota da spendere in ricerca per innovare il proprio processo produttivo, la propria organizzazione o il proprio mercato. Sarebbe sicuramente educativo, direi, culturalmente valido sapere di avere un fondo a disposizione da investire in attività e percorsi che contribuiscono a lavorare meglio o a migliorare il rendimento dell’azienda.
Idea ricorrente
L’idea, che non è originale visto che in qualche paese europeo è stata già applicata e visto che clona un processo già attivo, appunto, in campo della formazione continua, la ho espressa a dir poco spesso e ai più vari interlocutori. La meraviglia principale sta nel fatto che questo non venga ripreso dal mondo sindacale che avrebbe e ha sicuramente tutto l’interesse perché sia garantita la massima qualità del posto di lavoro e la massima continuità.
La crisi economica, si badi, non si traduce solo e soltanto in una maggiore difficoltà ad ottemperare alle normali funzioni aziendali ma, irrimediabilmente, finisce per far produrre tagli alle questioni che erroneamente gli imprenditori ritengono meno urgenti o importanti. Un simile sistema risolverebbe anche questo aspetto che ha basi essenzialmente psicologiche.
L’idea, che non è originale visto che in qualche paese europeo è stata già applicata e visto che clona un processo già attivo, appunto, in campo della formazione continua, la ho espressa a dir poco spesso e ai più vari interlocutori. La meraviglia principale sta nel fatto che questo non venga ripreso dal mondo sindacale che avrebbe e ha sicuramente tutto l’interesse perché sia garantita la massima qualità del posto di lavoro e la massima continuità.
La crisi economica, si badi, non si traduce solo e soltanto in una maggiore difficoltà ad ottemperare alle normali funzioni aziendali ma, irrimediabilmente, finisce per far produrre tagli alle questioni che erroneamente gli imprenditori ritengono meno urgenti o importanti. Un simile sistema risolverebbe anche questo aspetto che ha basi essenzialmente psicologiche.






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